| 1997. IL TUMORE DI MASSIMO SPARTI NON ESISTE. |
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A mezzo di un’interrogazione parlamentare, l’Onorevole Fragalà – da anni impegnato nella ricerca della Verità nella vicenda in oggetto – chiedeva chiarimenti al Ministro di Grazia e Giustizia in ordine alla singolare vicenda riguardante il suddetto Sparti. L’Onorevole Fragalà, infatti, premetteva che il super-testimone Sparti, dimesso dal Carcere di Pisa nel 1982 in ragione di una diagnosi medica attestante la presenza nel medesimo di un tumore fulminante al pancreas, avesse beneficiato in realtà di una perizia falsificata, redatta all’evidente fine di garantire in modo fraudolento la liberazione del detenuto. Fragalà sottolineava la gravità dell’accaduto in quanto la falsa perizia era stata redatta proprio pochi mesi dopo le deposizioni rilasciate da Sparti che avrebbero segnato la svolta delle indagini sulla Strage di Bologna. In altri termini, la scarcerazione fraudolenta di Sparti avrebbe costituito una sorta di premio per la collaborazione dello stesso al depistaggio più grave ed efficace dei tanti che, purtroppo, hanno caratterizzato la vicenda giudiziaria in questione. Il Sottosegretario alla Giustizia, Antonino Mirone, rispose all’interrogazione formulata da Fragalà riferendo gli esiti di indagine svolte sulla questione del tumore inesistente dalla Procura di Bologna: “In sostanza, dalla documentazione acquisita risulta che l'autorità giudiziaria ha accertato che la diagnosi formulata nel certificato del centro clinico penitenziario di Pisa del 13 febbraio 1982 era sbagliata, ma che non vi fu alcuna dolosa falsificazione di diagnosi. L'errore valutativo emerse allorché lo Sparti, subito dopo essere stato posto in libertà provvisoria il 3 marzo 1982, fu ricoverato in ospedale a Roma, trattenuto per esami quasi un mese e, al termine degli stessi, sottoposto ad una pesante operazione chirurgica esplorativa, che consentì di escludere la natura neoplastica delle formazioni createsi sul pancreas. L'autorità giudiziaria ha ritenuto che proprio per l'importanza dell'intervento chirurgico lo stesso Sparti non vi si sarebbe di certo sottoposto se fosse stato consapevole della falsità della diagnosi”. Attraverso tale risposta, dunque, per la prima volta viene ufficializzata una notizia certa e di eccezionale gravità: Massimo Sparti non è mai stato affetto da nessun tumore. Ciò che ha lasciati basiti gli osservatori più attenti, tuttavia, sono le motivazioni indicate dalla Procura della Repubblica di Bologna per escludere l’ipotesi della dolosa falsificazione della diagnosi formulata nel Carcere di Pisa al teste chiave del processo più importante dell’intera storia italiana. Secondo la Procura di Bologna, infatti, non vi fu alcuna frode perché si trattò semplicemente di una diagnosi erronea; altrimenti Sparti non avrebbe mai accettato di sottoporsi ad un “pesante” intervento esplorativo. Eppure, è fatto notorio ed assolutamente certo che la prassi delle diagnosi dolosamente falsificate fosse una prerogativa costante ed emblematica proprio della Banda della Magliana, il sodalizio criminale, in affari con i poteri occulti, nella cui orbita gravitava non certo a caso Massimo Sparti. Grazie a diagnosi attestanti tumori rivelatisi inesistenti, venne consentita la scarcerazione fraudolenta – tra gli altri – di Enrico De Pedis, meglio come noto “Renatino”. Maurizio Abbatino, uno dei capi storici della banda divenuto ora un collaboratore di Giustizia – guadagnò a sua volta la scarcerazione attraverso l’ennesima falsa perizia attestante la sussistenza di un tumore. Come risulta in un’Ordinanza di rinvio a giudizio emessa dal Giudice Istruttore Otello Lupacchini, Abbatino ha spiegato nei dettagli la vicenda del suo falso tumore: “più facile fu trovare sanitari disposti a praticarmi una biopsia con gastropia allo stomaco, ad acquisire un vetrino di cellule tumorali, ovviamente non mie e a certificarmi un tumore. Il vetrino in questione, che proveniva dall’Ospedale Sant’Eugenio, era relativo ad un adenoma carcinoma diffuso del sistema linfatico, sicché fu necessario asportarmi anche un linfonodo cervicale, per rendere più credibile la frode. I miei linfonodi, peraltro, apparivano ingrossati, e questo perché nel Carcere di Re Bibbia, reparto infermeria, mi ero iniettato il sangue di un altro detenuto che presentava linfonodi ingrossati”. E’ ovvio, pertanto, che la tesi per cui un detenuto che sa di essere sano non accetterebbe di sottoporsi ad un intervento meramente esplorativo è smentita dall’evidenza dei fatti che videro protagonisti sistematici proprio gli uomini della banda a cui Sparti fece riferimento, delinquenti che non ebbero mai alcun problema non solo a sottoporsi a banali operazioni esplorative ma, addirittura, ad autentici interventi chirurgici, con tanto di asportazioni di linfonodi. E’ legittimo chiedersi, dunque, davanti a fatti ormai certi ed indiscutibili, come sia possibile non accorgersi che proprio attorno alla figura di Massimo Sparti si sia consumata una frode di proporzioni incredibili. Ma, soprattutto, è doveroso continuare a chiedersi: come è stato possibile prestare la pur minima credibilità ad un testimone che è stato protagonista di una vicenda del genere? |
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