Corriere della sera - 1 agosto 2000 |
IL PERSONAGGIO ROMA - Un pezzo di questa storia lo raccontò Adriano Sofri all’inizio del 1997, dal carcere di Pisa: il giallo della malattia del supertestimone della strage di Bologna. Gli avevano diagnosticato un tumore pressoché fulminante nel lontano 1982, e per questo uscì di galera, ma dopo tanti anni Massimo Sparti - l’accusatore di Mambro e Fioravanti per l’eccidio del 2 agosto 1980 - era ancora vivo e vegeto. Strano, no? I magistrati di Bologna, già investiti del caso, lo chiusero in poche settimane sostenendo che di strano non c’era proprio niente, e il 15 maggio del ’97 tutto finì col timbro di un giudice sotto al provvedimento di archiviazione. I dubbi su quella vicenda però non sono andati in archivio, e il direttore del centro clinico del carcere di Pisa Francesco Ceraudo - che raccontò il «giallo» a Sofri - li conserva ancora intatti. Tanto da ribadirli, un anno fa, davanti al Tribunale dei minori di Bologna dove si celebrava l’ennesimo processo per la strage. E all’avvocato che chiedeva se con una diagnosi come quella dell’82 sarebbe stata possibile «la permanenza in vita» del superteste nel 1999, rispose: «Se qualcuno di noi crede in Padre Pio, è anche probabile». Ma ripartiamo dall’inizio. Alla fine del 1981 Massimo Sparti arriva dal carcere di Orvieto al centro clinico del penitenziario di Pisa, per «deperimento organico». Cominciano gli accertamenti del dottor Ceraudo finché, il 12 febbraio dell’82, un’ecografia addominale stabilisce che il superteste della strage «non è affetto da lesioni al fegato, al rene, al pancreas, all’aorta» eccetera. Nonostante ciò, viene eseguita una Tac e, secondo Ceraudo, già questo è «un fatto che non sta né in cielo né in terra... Come si fa a fare una Tac dove un’ecografia ha chiarito che non c’è assolutamente nulla?». Da quell’esame viene fuori un «ingrandimento della testa del pancreas con impegno linfonodale retroperitoneale»; più semplicemente una «neoplasia» e più crudemente un tumore maligno al pancreas. Un disastro, insomma, che porta un altro medico a certificare l’incompatibilità tra il malato e il carcere, con conseguente scarcerazione. Nel frattempo, anche Ceraudo viene sollevato dall’incarico e tra le «imputazioni» c’è anche il presunto errore sul caso Sparti. Il supertestimone esce dunque di galera, e a Pisa non ne sanno più niente. Lui viene ricoverato in un ospedale romano, il San Camillo, e il 30 marzo dell’82 viene operato. Quattordici anni più tardi, quando i carabinieri che indagano sulla strana malattia che tiene in vita Sparti vanno a cercare la cartella clinica, scoprono che non c’è più. Motivo: l’incendio che ha distrutto l’archivio nel settembre del ’91. In una storia gonfia di depistaggi come quella della strage del 2 agosto, quelle fiamme potrebbero alimentare qualunque sospetto, ma le cause dell’incendio erano state classificate come «accidentali» e, comunque, la scheda dell’intervento chirurgico salta fuori da un’altra parte. Da lì risulta che effettivamente Sparti entrò in sala operatoria. Tutto chiaro, dunque? Non tanto, perché nel loro referto i dottori scrissero che la «laparotomia esplorativa» di stomaco, duodeno, fegato e pancreas aveva dato esito negativo: c’erano un po’ di «glandole aumentate di volume», ma nessun tumore. La Tac effettuata a Pisa grazie alla quale il supertestimone era uscito di galera, insomma, era sbagliata. Ma per il pubblico ministero di Bologna che nel ’97 legge queste carte non c’è niente di misterioso perché - annota - non è emerso «alcun indizio di falsificazione dei referti e tantomeno di accordi tra lo Sparti e i medici», tant’è che effettivamente il malato si «sottopose ad una pesante operazione chirurgica esplorativa che certo non sarebbe stata da lui affrontata se fosse stato consapevole della falsità della diagnosi». I sospetti su quella, ormai ufficialmente, falsa malattia vengono così archiviati, ma due anni dopo il dottor Ceraudo (nel frattempo, reintegrato come direttore del centro clinico di Pisa) dichiara che l’operazione romana è comunque «fuori dall’ordinario», perché con una Tac come quella uscita da Pisa «se si decide per l’intervento si va a colpo sicuro». Invece, venne fatta una «laparotomia esplorativa» che serve «a vedere un po’ come stanno le cose». E aggiunge una sua «cattiveria»: quell’operazione sembra «un alibi... una cosa fatta per giustificare». A vent’anni dalla strage, il giallo medico-giudiziario sul supertestimone del processo ha qualche elemento in più rispetto a quando ne scrisse Sofri, ma è ancora senza soluzione.
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