IL FRIULI 27 gennaio 2006

 


L’alibi che diventò complice


Hubert Londero

Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.25. Un boato scuote la stazione. La sala d’aspetto di seconda classe, che fino a un minuto prima ospitava decine di persone in attesa del treno, non esiste più. Un ordigno è brillato al suo interno. Le vittime sono 80, i feriti circa 200.
Poche righe per descrivere il più grave attentato mai avvenuto in Italia. Oggi, nella stazione rimane lo squarcio prodotto dalla bomba, chiuso solamente da una lastra di vetro. Per quel terribile eccidio sono già state condannate all’ergastolo due persone, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, membri di un gruppo armato extraparlamentare di estrema destra. E c’è ancora una terza persona, in attesa del giudizio definitivo, accusata di aver preso parte alla strage, Luigi Ciavardini.
Per i tribunali il caso è risolto. Ma sono in tanti - sia a Destra, sia a Sinistra - le personalità che hanno più di un dubbio su queste sentenze. I condannati, pur ammettendo di aver compiuto azioni illegali anche di estrema gravità, si sono sempre dichiarati innocenti per la strage di Bologna. Inoltre, sulle prove che hanno portato al giudizio, le perplessità sono sempre state molte.
Abbiamo intervistato uno dei protagonisti della vicenda processuale, proprio quel Luigi Ciavardini che, all’epoca del massacro aveva 17 anni. “Una cosa - precisa subito Ciavardini - è la mia partecipazione a un movimento politico, un’altra è l’accusa che mi è stata mossa per i fatti di Bologna”.
- Partiamo dall’attività politica. Qual è stata la sua vicenda?
“Ho aderito alla Destra quando ero a scuola. In un primo tempo, ho fatto parte del Fronte della gioventù, poi ne sono uscito per entrare in gruppi extraparlamentari, entrando nell’illegalità e partecipando anche alla lotta armata”.
- Si è pentito di quelle decisioni?
“La questione non è pentirsi, ma fare un’analisi del periodo e degli errori. Devo dire che entrare in quei gruppi era dovuto a una presa di coscienza istintuale, dettata molto dalla gioventù. Col tempo ho capito che sarebbe stato meglio meditare certe posizioni, che quelle decisioni potevano essere ragionate”.
- Veniamo alla strage. Lei, inizialmente, era l’alibi di Mambro e Fioravanti. Poi è stato coinvolto nel processo...
“Da teste per la difesa sono diventato, per i tribunali, complice. Quel 2 agosto noi tre non ci trovavamo a Bologna, ma a Padova. Poi, a causa delle ‘rivelazioni’ di Angelo Izzo (uno dei protagonisti del massacro del Circeo, ndr), fu dedotta la mia partecipazione. Se gli elementi accusatori a carico di Fioravanti e della Mambro non convincono, figuriamoci quelli a mio carico”.
- Lei ha subito quattro gradi di giudizio ed è in attesa del quinto...
“In primo grado (30 gennaio 2000) sono stato assolto (il pm chiese l’archiviazione dal momento che non c’erano elementi che indicassero la mia presenza a Bologna), dopo una fase istruttoria di 3 anni e mezzo e altrettanti di dibattimento. In secondo grado (9 gennaio 2002) sono stato condannato dopo tre udienze e senza nessuna nuova prova. Il teorema è stato ‘non poteva non sapere’. La Cassazione (17 dicembre 2003) ha annullato la sentenza motivando la decisione con la non logicità della condanna. Nel nuovo appello (13 dicembre 2004) sono stato nuovamente condannato. La cosa strana è che le motivazioni delle condanne sono sempre cambiate. Prima avrei portato materialmente la bomba in stazione, poi avrei consegnato un documento falso a Fioravanti il 31 luglio”.
- Parliamo di Massimo Sparti...
“L’impianto accusatorio è basato sulle sue dichiarazioni. Era un detenuto comune (legato alla banda della Magliana, ndr) che partecipò ad alcune rapine con alcuni membri del gruppo politico di cui facevo parte. Testimoniò che il 4 agosto Fioravanti gli chiese un documento falso per la Mambro, dicendogli ‘hai visto che botto?’, perché temeva di essere stato visto a Bologna. Tuttavia, la moglie e i figli di Sparti (che non ho mai conosciuto) affermarono che quel giorno la famiglia si trovava altrove in vacanza. Senza contare che Sparti uscì dal carcere per un tumore fulminante (diagnosticato in due parti del corpo diverse ed escluso da un terzo medico). Lui, alla fine, è morto nel 2004”.
- La strage può essere inquadrata nella cosiddetta “strategia della tensione”?
“No, quel periodo era finito da tempo. E’ più facile inquadrarlo in una guerra di posizione internazionale. Il primo a proporre una tale ipotesi fu Zamberletti (lo stesso che si occupò del terremoto in Friuli, ndr), allora sottosegretario agli Esteri, che stava firmando un trattato con Malta per le tensioni con la Libia. Lo stesso Zamberletti fece notare la vicinanza temporale con Ustica”.
- Che sensazione ebbe quando, dopo un’assoluzione, venne condannato?
“Non avrei mai pensato che, per conoscere l’esito dell’iter processuale, avrei dovuto attendere oltre 25 anni. La sensazione fu che si stava andando oltre i fatti, ma ciò mi diede una forza ancora maggiore per combattere tali falsità, spronato da parenti, amici e, in qualche caso, anche dai familiari delle vittime. E’ proprio per onorare la memoria di chi morì che si deve trovare la verità e non una soluzione di comodo. Le vittime non lo meritano”.