Domenica, 18 Dicembre 2005 - Il Gazzettino

 

«Il 2 agosto ero a Treviso e Padova, non a Bologna»
Condannato per la bomba alla stazione, Ciavardini è tornato nella Marca per la prima volta dopo 25 anni

Carlo F. Dalla Pasqua

 

Aveva lasciato Treviso da latitante il 5 agosto del 1980, è tornato in città per la prima volta venerdì per la presentazione di un libro che il giornalista Gianluigi Semprini ha scritto su di lui. Luigi Ciavardini ora ha 42 anni e vive nell'attesa che la Corte di Cassazione confermi o annulli la sentenza a 30 anni di reclusione per la strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980. Lui sarebbe stato uno degli esecutori materiali, insieme a Francesca Mambro e a Valerio Fioravanti, anche se i tre - pur ammettendo molti altri reati come rapine e omicidi - hanno sempre negato la loro responsabilità per quello che, dal dopoguerra ad oggi, è stato il crimine che ha causato il maggior numero di morti in Italia (85).
Lei è di Roma, perché era venuto a nascondersi a Treviso?
«Perché a Treviso avevamo un appoggio. Tutta la mia storia di quel periodo si spiega proprio partendo da Treviso».
Per quanto tempo è rimasto qui?
«Per un mese».
E dove viveva esattamente?
«In un appartamento in periferia, in un paese che si chiamava Fontane, se non ricordo male».
L'appartamento era nella disponibilità di Gilberto Cavallini e Flavia Sbrojavacca, due fidanzati trevigiani che all'epoca non nascondevano le loro simpatie per l'estrema destra ed erano vicini ai Nar (Nuclei armati rivoluzionari), il gruppo di cui faceva parte Ciavardini.
La sentenza dice che quel 2 agosto lei era a Bologna, a mettere la bomba esplosa alle 10.25.
«Quel giorno io ero a Treviso. Insieme alla Mambro, a Fioravanti e a Cavallini siamo andati a Padova. Lì Cavallini aveva un collegamento, una persona che lui conosceva e che doveva fare un lavoro, cancellare il numero di matricola da un'arma».
Fino a quando siete rimasti lì?
«Fino alle 12.30, quando Cavallini è tornato. Abbiamo preso la macchina e siamo tornati verso Treviso».
Sapevate che c'era stata una strage a Bologna?
«No, lo abbiamo saputo soltanto in macchina, ascoltando la radio. Ma dicevano che c'era stata l'esplosione di una caldaia».
Se non eravate voi poteva essere stato qualcun altro dei Nar.
«No, perché sapevamo dov'erano gli altri e nessuno era a Bologna».
Però ci fu una vostra telefonata che rivendicò quasi subito la strage.
«Quella telefonata fu un falso, fu uno dei tanti depistaggi di questa storia. Più tardi fu ricostruito che era stata fatta da un collaboratore di Bisaglia, che era ministro dell'Industria».
Lei si proclama innocente per tutto?
«Per Bologna sì. Altri fatti li ho ammessi, sia rapine sia l'omicidio di un agente di polizia il 28 maggio dell'80 (Francesco Evangelista, ndr) al quale ho partecipato direttamente. Era per quell'omicidio che ero ricercato e mi dovevo nascondere».
Perché dovremmo credere a lei e non alla sentenza della Corte d'appello?
«Non voglio deprezzare in alcun modo il valore dei morti, ma c'era purezza e limpidità in quello che facevamo, avevamo degli ideali, colpivamo uomini dello Stato e delle istituzioni perché la nostra esperienza quotidiana ci aveva portato a credere che lo Stato non poteva o non voleva difenderci. Una strage come quella di Bologna, contro persone comuni, non avrebbe in alcun modo avvalorato gli ideali di allora».
Se non siete stati voi, chi ha messo allora la bomba a Bologna?
«Sono stato imputato sulla base di un'ipotesi mai confermata, anzi, contraddetta al processo. Non credo sia giusto fare altre ipotesi senza avere prove certe».