L'indipendente - 06 Agosto 05


Eversione. Cossiga rilancia la pista araba e scagiona Fioravanti e la Mambro. Insorgono i magistrati, la sinistra e i parenti delle vittime

Strage di Bologna, se i dubbi vengono bollati “depistaggi”

Sono passati venticinque anni da quel lontano 2 agosto del 1980 quando un ordigno mandò in frantumi la sala d’attesa della stazione ferroviaria di Bologna, provocando 85 vittime e oltre 200 feriti. Dopo un quarto di secolo, tanti silenzi e qualche processo di troppo, oggi si ritorna a parlare di pista araba, di elementi che –se ci fosse la volontà- potrebbero riaprire le indagini. E va da se smentire la pista nera. La giustizia italiana ha condannato, in giudicato, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro come esecutori. Ergastolo per loro, ma nei giorni scorsi gli ex terroristi dei Nar hanno trovato un difensore d’eccezione in Francesco Cossiga. L’ex presidente della Repubblica è convinto che la strage sia opera di terroristi mediorientali, che operavano in quegli anni indisturbati dopo l’accordo tra Aldo Moro e l’Olp di Yasser Arafat.

 

Magistrati che si sono occupati del caso, politici di sinistra e familiari delle vittime hanno visto dietro le parole di Cossiga “l’ennesimo tentativo di depistaggio”. “Vecchi fantasmi del passato che tentano di creare polveroni per ingannare il Paese” per Libero Mancuso, pubblico ministero del processo della strage. “Commenti spregevoli” la replica del senatore.

In una lettera a Enzo Fragalà, capogruppo di An nella commissione Mitrokhin, Cossiga, oltre a non aver “mai ritenuto Francesca Mambro e Valerio Fioravanti responsabili”, definisce “assai debole” la sentenza che li condanna, “da ascriversi alle condizioni ambientali politiche ed emotive della città in cui è stata pronunziata, nonché alle teorie allora largamente imperanti nella sinistra e nella collegiata magistratura militante”.

In risposta ad un rapporto inviatogli dal deputato di An Enzo Fragalà (responsabile della Commissione d’inchiesta Mitrokhin), ha confermato che l’undici luglio 1980, tre settimane prima della strage, un’informativa sull’antiterrorismo passata per le mani dei direttori dell’Ucigos Gaspare De Francisci e del Sisde Giuseppe Grassini, riferivadi possibili azioni di ritorsione contro il nostro paese da parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, provocate dalla condanna, da parte della magistratura italiana, dell’esponente giordano Abu Anzeh Saleh.

L’allarme del prefetto De Francisci partiva proprio dalla città di Bologna. Saleh era stato arrestato dai Carabinieri il 13 novembre 1979 nel capoluogo emiliano a seguito delle indagini che avevano portato al fermo, il 7 novembre, di Daniele Pifano e di altri due esponenti dell’Autonomia romana mentre trasportavano lanciamissili di fabbricazione sovietica nei pressi del porto di Ortona. Un altro elemento rilevante è l’accertatapresenza a Bologna, nella notte tra l’1 e il 2 agosto di due tedeschi, Thomas Kram e Corista Frohlich, ex-militanti della Raf e legati alla rete Separat del terrorista Carlos, che tra gli anni ’70 e ’80 mise a segno altri tredici attentati simili per modalità ed esplosivo utilizzato a quello del 2 agosto. Kram era considerato l’esperto in materia dello “sciacallo”, mentre la Frohlich, trovata in possesso di un grosso quantitativo di Semtex, venne in seguito condannata a sette anni di reclusione per un attentato al treno Tolosa-Parigi nel marzo ‘82.

 

Qualche giorno fa a Roma, in un incontro organizzato dal comitato “L’ora della verità” (al quale sono intervenuti il consigliere di Alleanza Nazionale Alessandro Cochi, il direttore di Area Marcello De Angelis e Luigi Ciavardini, imputato per la strage e condannato in appello a 30 anni) si è finito per sottolineare i tratti kafkiani di un caso ancora controverso.

Lo stesso Fragalà della commissione Mitrokhin afferma: “Le rivelazioni più recenti sulla strage di Bologna e sull’allarme che De Francisci lanciò avvisando i Servizi italiani tre settimane prima dell’esplosione alla stazione, di possibili ritorsioni da parte del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina per la condanna irrogata al suo rappresentante in Italia Saleh, non sono che l’ultimo tassello di un puzzle che si va componendo negli archivi della Commissione Mitrokhin, un solofilo conduttore che unisce tutte le stragi di quel terribile periodo storico: da Bologna a Ustica, fino al 904”. E aggiunge: “Il Partito Comunista Italaino si preoccupò di indirizzare le strategie processuali della strage sulla pista nera attraverso quelle famose riunioni con i magistrati nella sede della Federazione del Pci a Bologna: Abu Anzeh Saleh contattò personalmente Pajetta perché intervenisse sull’allora governo e su quanti non gradivano la sua presenza in Italia, minacciando esplicitamente che, in caso contrario, avrebbe preso di mira il nostro paese con un attentato”.

I depistaggi iniziarono da subito e la magistratura, all’oscuro della vicenda dei missili di Ortona, indirizzò le indagini sugli ambienti dell’estrema destra. Il 19 settembre 1980 in un’intervista Abu Ayad, numero due di al Fatah, espresse la tesi della pista libanese che si integrava con quella neofascista italiana. Il susseguirsi degli avvenimenti portò all’unico punto fermo della vicenda: l’ergastolo a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Intanto è ancora in corso il processo a Luigi Ciavardini: la Cassazione si pronuncerà tra dicembre e marzo prossimo. Rischia una condanna a 30 anni. Dopo che è stata smentita la sua partecipazione all’attentato, e che il super teste che lo accusava, Angelo Izzo, è moralmente inattendibile, l’ex Nar è incriminato per concorso in strage per aver fornito un falso documento d’identità a Valerio Fioravanti nei giorni precedenti il delitto. “Non mi aspetto giustizia” afferma Ciavardini, “ma ho fiducia nella coscienza della gente e nell’esigenza delle nuove generazioni di capire e di conoscere la verità”.

 

Marcoflavio Giagnoni